Quaresima 2026 Immersi nella nuova vita

Siamo ormai alle porte del tempo liturgico della Quaresima che come ogni anno ci ricorda l’importanza della conversione e ci invita a percorrere il cammino incontro al Risorto, che ci dona l’abbondanza della sua vita. Con lo slogan “Immersi nella vita nuova”, esprimiamo il desiderio di immergerci totalmente nella Vita di Gesù, per fare memoria del nostro battesimo, re-imparare il linguaggio del Vangelo e rinnovare il nostro modo di pensare, scegliere, operare, amare, vivere e servire la Chiesa. Grazie al cammino tracciato dal sinodo diocesano, siamo chiamati a ravvivare la nostra vocazione battesimale per essere una comunità che vive e testimonia la Vita del Risorto nel nostro tempo, con maggiore partecipazione e attenzione all’azione dello Spirito.

Durante questo tempo ci faremo guidare e ispirare dalla ricchezza dei Vangeli, tradizionalmente utilizzati nel percorso di preparazione al Battesimo, per far risuonare la bellezza della nostra esperienza personale e comunitaria e attraverso alcune testimonianze dalla missione dare slancio e freschezza alla nostra fede

Candelora: la luce che passa dalla vita di casa

La festa della Presentazione del Signore, che chiamiamo Candelora, ci mostra Gesù come luce che illumina il mondo. Ma lo fa in un modo sorprendente: non attraverso la forza, non imponendosi, bensì entrando nella storia come un bambino, portato in braccio dai suoi genitori, affidato alle mani degli altri. È una scena familiare, domestica. Maria e Giuseppe compiono un gesto semplice e quotidiano: presentano il loro figlio, come fanno tanti genitori quando affidano i propri bambini alla comunità, alla scuola, alla Chiesa. Eppure, in quel gesto umile, Dio accende una luce capace di illuminare tutta l’umanità. Questa luce parla anche alla vita delle nostre famiglie. In casa, spesso, il diritto non nasce dall’imposizione ma dall’ascolto: quando un genitore rinuncia ad avere l’ultima parola per capire davvero un figlio; quando si dà spazio al più piccolo, a chi fa più fatica, a chi non riesce a esprimersi. È lì che la giustizia prende forma, molto prima delle leggi scritte. Papa Leone XIV, nel suo discorso al Corpo Diplomatico del 9 gennaio 2026, ha messo in guardia contro un mondo che rischia di lasciarsi guidare dalla “logica della potenza e della guerra”, dove i diritti vengono schiacciati dalla forza. Questo vale anche nel piccolo delle nostre relazioni quotidiane: quando prevale chi grida di più, chi è più forte, chi decide senza ascoltare, la luce si spegne. Nella famiglia, invece, impariamo che la vera forza è la cura. È forte il padre che rientra stanco ma trova tempo per ascoltare. È forte la madre che protegge un figlio fragile. È forte chi rinuncia a vincere una discussione per custodire una relazione. Così nasce un diritto vero, fatto di rispetto e responsabilità. Il Papa ha ricordato che la pace e la giustizia non si costruiscono attraverso l’imposizione, ma attraverso il dialogo e la difesa dei più vulnerabili. È ciò che accade ogni giorno quando una famiglia sceglie di non scartare chi è più lento, più fragile, più bisognoso di tempo e di amore. La luce di Cristo passa da queste scelte silenziose. Simeone e Anna riconoscono Gesù perché sanno attendere, perché hanno occhi allenati alla fedeltà quotidiana. Anche nelle nostre case, la luce non arriva con gesti clamorosi, ma nel perdono chiesto e donato, nella pazienza, nella capacità di ricominciare. Accendere una candela a questa festa non è solo un rito: è un impegno. Significa scegliere, nella famiglia e nella comunità, la logica dell’accoglienza invece di quella del più forte. Significa credere che Dio continua a illuminare il mondo passando dalla piccolezza. Che la luce di Cristo, accolta come in una casa, illumini le nostre famiglie, renda più giuste le nostre relazioni e ci insegni che il diritto più grande nasce sempre dalla cura del più debole.

Il Battesimo di Gesù: un Dio che entra nelle acque per salvare

La festa del Battesimo di Gesù chiude il tempo di Natale riportandoci a un’immagine potente e carica di significato: Dio che entra nell’acqua. Non dall’alto, non da lontano, ma scendendo nel fiume Giordano, mescolandosi alla folla dei peccatori, condividendo fino in fondo la condizione umana. Il Battesimo di Gesù non è un gesto formale. È l’inizio della sua missione di salvezza. Gesù entra nelle acque non per essere purificato, ma per purificare; non per essere salvato, ma per salvare. Quelle acque diventano il luogo in cui Dio si fa solidale, dove prende su di sé il peso, la fragilità, la paura dell’uomo.

            Questa verità è stata colta con grande forza anche dall’arte contemporanea. Nell’acquerello del 2017 di François-Xavier de Boissoudy, il Battesimo di Gesù è rappresentato in modo essenziale e quasi spoglio: il corpo immerso nelle acque scure, avvolto da un silenzio drammatico, in una scena che ricorda più un salvataggio che un rito. L’acqua non è addomesticata né rassicurante: è profonda, instabile, carica di tensione. È l’acqua della vita e insieme del rischio.

            Non è difficile, davanti a quest’opera, pensare alle acque del nostro tempo: quelle del mare che ogni giorno vedono uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra, dalla fame, dalla disperazione. Acque che troppo spesso diventano luogo di morte, ma che grazie al coraggio di soccorritori, volontari e marinai possono trasformarsi in spazio di salvezza.

Ogni salvataggio in mare è una lotta contro il tempo, contro le onde, contro l’indifferenza. È qualcuno che sceglie di entrare nelle acque per non lasciare morire. In questo gesto riconosciamo qualcosa di profondamente evangelico: la decisione di non restare a riva, di rischiare, di esporsi pur di restituire vita.

            Il Battesimo di Gesù ci dice che Dio salva così: non a distanza, ma entrando nella storia; non dall’alto, ma condividendo il pericolo. E ci ricorda che anche il nostro battesimo ci immerge in questa stessa logica. Siamo battezzati in Cristo per diventare, a nostra volta, segni di salvezza per altri.

In un tempo segnato da paure e chiusure, questa festa ci provoca: siamo disposti a entrare nelle “acque agitate” del nostro tempo? Sappiamo riconoscere il volto di Cristo in chi chiede aiuto? Il nostro essere cristiani si traduce in gesti concreti di accoglienza, responsabilità e compassione?

Dalle acque del Giordano alle acque del Mediterraneo, risuona la stessa chiamata: scegliere la vita, sempre. Perché ogni uomo salvato è una vittoria del Vangelo.

Avvento: l’attesa che frusta l’orgoglio e apre alla fiducia

L’Avvento è il tempo dell’attesa. Ma non di un’attesa neutra e tranquilla. È un’attesa che disturba, che inquieta, che mette in crisi le nostre false sicurezze. L’Avvento frustra il nostro orgoglio, smaschera l’illusione dell’autosufficienza, ci costringe a fare i conti con il fatto che non tutto dipende da noi. Vorremmo risposte rapide, soluzioni immediate, un Dio che intervenga secondo i nostri tempi. Invece l’attesa ci chiede di restare incompleti.

          Ci lasciamo guidare in questa nostra riflessione da Evagrio Pontico, grande maestro della vita interiore, egli scrive: «Se vuoi pregare veramente, spogliati di tutto per ereditare tutto».

          L’attesa dell’Avvento è proprio questo spogliarsi: perdere l’illusione di poter controllare Dio, il tempo, la salvezza. Finché le nostre mani sono piene delle nostre pretese, non possono accogliere il dono.

          L’Avvento è una scuola di umiltà, perché ci mette davanti a un Dio che non si lascia afferrare con la forza. Il nostro orgoglio vorrebbe un Dio potente, risolutivo, immediatamente efficace. Ma Dio sceglie un’altra strada: quella della piccolezza, del silenzio, della debolezza. Si consegna come un bambino, non come un dominatore. E questo ci disarma.

Scrive ancora Evagrio: «L’umiltà è la porta della conoscenza di Dio». Solo chi accetta di non bastare a sé stesso può davvero iniziare a conoscere il volto vero di Dio. L’orgoglio cerca un Dio che confermi la nostra grandezza; l’umiltà si apre a un Dio che salva nella fragilità.

          L’attesa allora diventa una vera e propria ascesi del cuore: ci educa a perdere, a rinunciare, a restare esposti. Ci insegna che non siamo padroni del tempo, che non decidiamo noi quando nasce la luce, che non siamo noi a generare la salvezza. Come Maria, siamo chiamati a portare una promessa che non ci appartiene.

          Anche la preghiera, in questo tempo, si purifica. Non è la preghiera che pretende risultati, ma quella che fa spazio. Evagrio lo dice con parole radicali: «La preghiera è deposizione dei pensieri».

Pregare non è riempire Dio delle nostre richieste, ma svuotarci delle nostre presunzioni. È lasciare che cada il rumore delle nostre sicurezze, per fare spazio a una Presenza che non si impone.

          Nell’Avvento impariamo così una verità luminosa e scomoda: Dio sceglie di entrare nella nostra vulnerabilità passando dalla sua. E proprio quando accettiamo di non essere forti, autosufficienti, risolti, Dio può finalmente nascere in noi.

          Perché solo nella frustrazione dell’orgoglio, sboccia la fiducia.

Solo nelle mani vuote, Dio trova una casa.

La mirra di San Nicola: un dono di fede per la nostra comunità

La figura di San Nicola è circondata da una tradizione ricca e affascinante. Tra gli elementi più caratteristici spicca la mirra, un profumato liquido oleoso che, secondo la devozione popolare, trasuderebbe dalle reliquie del Santo conservate nella basilica di Bari. Fin dai tempi più antichi questa “manna” è stato considerato un segno di intercessione e di protezione, e per molti pellegrini rappresenta un richiamo alla bontà e alla carità che hanno reso San Nicola un modello di santità per tutta la Chiesa.

Quest’anno anche la nostra comunità parrocchiale ha ricevuto un dono particolarmente significativo: un gruppo di parrocchiani, rientrati da un pellegrinaggio nei luoghi legati al nostro Santo Patrono, ha voluto offrirci un’ampolla di mirra come segno di affetto e gratitudine. A loro va il nostro sincero ringraziamento, non solo per il dono materiale, ma soprattutto per aver portato con sé la preghiera e la gioia del loro cammino, condividendole con tutta la comunità.

La mirra sarà custodita e utilizzata durante la festa di San Nicola, quando verrà impiegata per la benedizione dei fedeli al termine della celebrazione. Sarà un gesto semplice ma denso di significato: come la mirra richiama la cura, il profumo e la guarigione, così chiediamo al nostro Patrono di proteggere e sostenere la vita delle famiglie, dei giovani, degli anziani e di quanti portano nel cuore un bisogno particolare.

Che San Nicola continui a guidare e benedire la nostra comunità, accompagnando con la sua intercessione il cammino di ciascuno.

Il Battesimo: un dono che diventa ministero

La nostra diocesi, dopo il cammino sinodale, ci invita a riscoprire la bellezza e la responsabilità che ciascuno di noi riceve nel giorno del Battesimo. Spesso pensiamo alla vita della Chiesa come a qualcosa che riguarda soprattutto i sacerdoti o poche persone particolarmente impegnate. Eppure, il Vangelo ci ricorda che ogni battezzato è chiamato a partecipare attivamente alla missione della comunità secondo le parole del vangelo: “Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato.” (Mt 28,19-20)

            Il Battesimo non è soltanto un rito da ricordare, quanto l’inizio di una vocazione condivisa: siamo resi figli e figlie di Dio, discepoli di Gesù, fratelli e sorelle tra noi. Per questo, ciascuno riceve il dono di partecipare alla missione di Cristo, cioè un modo concreto di servire la comunità e il mondo, secondo i propri doni, le proprie capacità e la propria storia personale, fino a diventare un servizio, un ministero. Consideriamo per questo le parole di san Paolo: “Fratelli, come il corpo, pur essendo uno, ha molte membra, e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito, per formare un solo corpo, sia Giudei che pagani, sia schiavi che liberi; e tutti ci siamo dissetati a un solo Spirito”. (1 Cor 12,12-13 )

            Il sinodo ci ha aiutati a comprendere che il ministero non si esaurisce in ciò che il sacerdote compie. È ministeriale chi accompagna i bambini alla fede, chi visita gli anziani soli, chi prepara e anima la liturgia, chi si prende cura dei poveri, chi accoglie e ascolta, chi costruisce amicizia e comunione. È ministeriale ogni servizio che compiamo in comunione nella Chiesa.

In questo cammino di riscoperta, la diocesi sta riconoscendo alcuni ministeri in modo particolare, perché in ogni parrocchia ci siano persone che si assumano la responsabilità di coordinare e custodire tre dimensioni fondamentali della vita cristiana: l’Annuncio, la Carità e la Liturgia.

            Non si tratta di creare “ruoli più importanti” degli altri, quanto di riconoscere e sostenere quei fratelli e sorelle che si impegnano a favorire la collaborazione, la crescita e il servizio condiviso all’interno della comunità.

Questo richiede fiducia, ascolto reciproco e disponibilità a camminare insieme. Richiede che ciascuno senta che la vita della Chiesa non è qualcosa di cui siamo spettatori, ma una casa dove siamo tutti corresponsabili. Nei prossimi mesi saremo invitati a lavorare insieme ad una riflessione più approfondita su questi temi, per comprenderli e farli nostri.

            Chiediamo al Signore di aiutarci a rispondere alla chiamata che ci ha rivolto nel giorno del Battesimo e a mettere con gioia i nostri doni al servizio degli altri.

Festa di Ognissanti: la luce della fede che vince la paura

La solennità di Tutti i Santi ci invita a guardare oltre i confini della vita terrena, là dove la speranza si fa certezza e la comunione non conosce più separazione. In questi giorni, il pensiero va spontaneamente a chi ci ha lasciati: il dolore per la perdita e la paura di una vita che finisce toccano corde profonde del cuore umano.

Eppure, proprio qui risuona la voce della fede condivisa, che ci ricorda come la morte non sia l’ultima parola. I santi, con la loro testimonianza, ci mostrano che è possibile vivere senza lasciarsi paralizzare dalla paura, donando tutto di sé per amore di Dio e dei fratelli.

Vi invito a guardare l’immagine che trovate nel foglietto, è un dipinto di Wassily Kandinsky intitolato “Tutti i santi – Giorno II”. Nel quadro i colori si intrecciano in un vortice di luce e movimento, come a voler rappresentare una moltitudine in cammino verso l’alto. Non vi è un volto preciso, eppure si percepisce una presenza corale, una comunione che trascende il tempo. L’artista sembra suggerire che la santità non è uniformità, ma armonia di diversità: tante vite, tanti percorsi, un’unica luce che le unisce in Dio.

Il loro esempio illumina il nostro cammino quotidiano: uomini e donne fragili come noi, che hanno saputo trasformare il limite in fiducia e il dolore in offerta. Guardando a loro, comprendiamo che la santità non è un traguardo per pochi, ma un invito rivolto a ciascuno, una via aperta nel concreto delle nostre giornate.

Celebrare Ognissanti significa allora rinnovare la speranza, lasciando che la luce di chi ha creduto più forte della morte rischiari le nostre ombre. È un giorno per dire che la vita, quando è donata, non finisce: continua, trasfigurata, nella comunione dei santi e nell’abbraccio eterno di Dio.

Il cammino della catechesi 

Con l’inizio dell’autunno riparte anche il cammino del catechismo per i nostri bambini, ragazzi e famiglie. È sempre un momento bello per la nostra comunità di Ponte San Nicolò, perché la catechesi non è solo un’attività tra le altre, ma il cuore del nostro cammino di fede: è il luogo dove impariamo a conoscere Gesù, a vivere la sua Parola e a scoprire la gioia di appartenere alla Chiesa.

Vorrei sottolineare anche la bellezza di vivere gli incontri di catechesi in continuità con la celebrazione della Santa Messa. È infatti nell’Eucaristia che tutto trova il suo senso: lì ascoltiamo la Parola, incontriamo Gesù vivo e riceviamo la forza per crescere nella fede e nella vita cristiana.

Un grazie sincero va alle catechiste e ai catechisti che con passione si preparano ad accompagnare i gruppi, e ai genitori che, con la loro presenza e testimonianza, sono i primi educatori alla fede dei figli. Il catechismo, infatti, non è “per i bambini”, ma “con le famiglie”: è un cammino che ci coinvolge tutti.

Affidiamo questo nuovo anno alla protezione del Signore e alla materna intercessione di Maria, la Regina del Santo Rosario che abbiamo festeggiato in questi giorni, perché cresca in noi il desiderio di seguirlo e di camminare insieme nella fede, nella speranza e nella carità.

Inizio dell’anno pastorale I ministeri battesimali

ministeri battesimali sono il secondo passo dell’iter attuativo del Sinodo diocesano, già anticipato nei 51 incontri territoriali avvenuti a marzo 2025. Con ministeri battesimali si intendono delle persone che coordinano e promuovono gli ambiti essenziali della vita della Chiesa e della sua missione. Ne parla Ripartiamo da Cana. Lettera post-sinodalenei paragrafi 22-30, collocando la proposta dell’equipe ministeriale all’interno di ogni parrocchia.

Il Concilio Vaticano II ha restituito un’immagine di Chiesa in cui tutti i battezzati sono protagonisti della sua missione che è evangelizzare. Ed è proprio questo l’obiettivo dell’anno pastorale 2025-2026 nella nostra Diocesi: assumere questa visione di Chiesa e approfondire il valore di leva di cambiamento nell’azione pastorale che i ministeri battesimali esprimono.